Blog personale di un amante del Sangiovese
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Radici italiche

Sette secoli fa Dante Alighieri, nel vagabondare di esule che non lo avrebbe più ricondotto nell’ingrata città amata, poneva mano alla Commedia. Mi è causa d’imbarazzo scrivere queste poche righe ineluttabilmente agiografiche sul Padre della Lingua – l’immagine di un randagio (non veltro) che latra a un’irraggiungibile luna rispecchia veridica il mio sentire; ma il desiderio o, meglio, la necessità di un forse inutile tributo stringemi a sfidare l’altrui scherno. L’impronta del guelfo bianco, ghibellin fuggiasco, assurta a mutazione del  genoma della gens italica, non indulge: l’endecasillabo riaffiora da melma sedimentata attraverso le falangi di chiunque verghi carte, impossibile liberarsene. Narratori, poeti, autori di canzoni, giornalisti e quanti altri dediti al mestiere della scrittura ne portano dentro la cagione dell’essere, come la folta criniera bruna eredità di un avo o l’iride azzurra in comune con la madre. E’ il ritmo del nostro stesso pensare, del vivere; un verso solenne che sa essere agile o funereo, giocoso e insolente: italiano. Si potrebbe discorrere per ore con amenità di qualsiasi argomento piluccando all’uopo – acini di succosa pigna matura – versi mirati del poema dantesco, riunendoli in irriverente mosaico. Il buon gusto non mi permette di attardarmi nell’esegesi dell’opera, già a lungo dibattuta da ben più alti e sapienti scranni, ma desidero soffermarmi sull’uomo, nativo di Firenze, non bello e ritratto nell’iconografia tradizionale con espressione, più che severa, truce; non avrebbe potuto essere altrimenti, giovane arguto e gioviale, dedito a trascorrere il tempo in combriccole amichevoli a poetare di faccende amorose, spezzato – non piegato – per l’ingegno alto e l’orgoglio. Difficile immaginarlo per osterie a ridere  gustando vini dei quali la terra toscana mai fu avara, in compagnia di amici letterati (“Guido, i’ vorrei che tu, Lapo ed io…”), ed ebbro di gioventù assopirsi al crepuscolo del XIII° secolo, prima del risveglio tragico nell’alba del Trecento con una condanna a morte in contumacia. Quanto la poesia l’ha elevato all’Empireo, così la filosofia e la politica l’hanno dannato a vivere l’inferno. Con la nostalgia del passato gentile e lo sguardo in un futuro remoto, fu personalità anacronistica, impossibilitata a vivere il presente, fatto di mercatura, intrighi e clientelismi; per la propria onestà si attirò le ire d’una parte e dell’altra, ed ebbe sempre l’attitudine a schierarsi da quella sbagliata. Suggellò la sentenza la malevolenza di Bonifacio VIII, che vide in lui l’avversario ideologico più temibile. Così perse beni, casa e famiglia in un contrappasso ante litteram che l’obbligò, destinato ad attraversare invulnerabile il regno ultraterreno divenendo egli stesso immortale, a tristi peregrinazioni terrene, ferito ma tetragono – suo malgrado – a’ colpi di sventura; inviso, nonostante la propria salda fede, alle divinità di ogni firmamento delle quali ha oscurato la fama. Mi prostro all’Uomo che ha sofferto; il Poeta già è osannato.